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Osservando a grandi linee lo sviluppo della psicoanalisi americana, un aspetto che subito ci colpisce è che dopo un primo periodo di veloce espansione in cui essa si era diffusa dando un'immagine sicura di sè, assistiamo ora a un arresto di riflessione o addirittura a quello che può sembrare un periodo di crisi.
Ai suoi inizi, appena importata dall'Europa, questa dottrina ha trovato terreno fertile per un rapido sviluppo ed è servita a dare una svolta netta al pessimismo psichiatrico del secolo precedente e delle prime decadi del XX secolo: l'ideologia psichiatrica preesistente, anch'essa proveniente dall'Europa, assumeva che la malattia mentale era il risultato di un'alterazione anatomica cerebrale, a volta trasmessa ereditariamente, per la quale poche erano le speranze di terapia o di guarigione. Tale pessimismo era in netto contrasto con il credo e i bisogni del nuovo continente, che cercava una liberazione dal fatalismo europeo, secondo il quale il destino dell'uomo era determinato dalle sue condizioni di nascita, siano esse ereditarie o di classe. Appena infatti la psicoanalisi è penetrata nella cultura americana, l'establishment psichiatrico l'ha assorbita senza resistenza, facendone anzi uno dei pilastri del proprio background culturale e rendendola parte integrante dei programmi di training. Gli psichiatri americani abbracciarono il nuovo approccio, nato nel vecchio continente, facendone qualcosa di diverso, quasi un'espressione dell'ideale americano. I mass-media (cinema, TV, giornali, ecc.) contribuirono a diffondere quest'immagine ricca di aspettative, quasi come se la psicoanalisi potesse risolvere i mali della società o prendesse il posto di altri valori in crisi, come la famiglia o la religione. Era il periodo inoltre in cui nacque e si sviluppò il « revisionismo » freudiano, la cosidetta scuola culturalista (H. S. Sullivan, K. Homey, F. Fromm-Reichman, ecc.), in cui i fattori ambientali, non istintuali, venivano enfatizzati.
I primi segni di crisi dell'