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La Legge italiana che ha istituito i Consultori Familiari ha proposto una occasione per l'applicazione clinica della psicologia, dopo anni che spesso nei servizi socio-sanitari allo psicologo è stato richiesto un intervento talora generico, talora confuso con quello di altri operatori.
Il presente articolo vuole essere una proposta di riflessione sulla condizione della psicologia alla luce delle opportunità offerte da questo servizio pubblico, partendo dalla prospettiva della psicologia dinamica (1): l'intento, tuttavia, è di contribuire all'allargamento del dibattito sulla possibilità di utilizzo dei vari orientamenti psicologici e soprattutto sulla necessità di metabolizzare la psicologia nel lavoro interdisciplinare.
La divisione del sapere, codificata dagli apparati accademici, ha confermato l'isolamento della psicologia dalle altre scienze, rimuovendo il nucleo psichico dalle problematiche della salute, e assumendolo solo là dove si iscrive nel linguaggio della patologia: malattie mentali, handicappati, disadattamento, delinquenza minorile, ecc.
La genericità dell'intervento dello psicologo nel servizio pubblico trova allora un riscontro significativo nell'attenzione tecnica e specialistica della prestazione privata, col pericolo che alla frustrazione per la deprivazione professionale nel settore pubblico corrisponda poi un irrigidimento tecnicistico in quello privato.
L'istituzione dei consultori può essere occasione per un'esperienza pratica di ricomposizione del sapere attorno ai bisogni dell'utenza e di recupero dell'elemento psichico nella difesa della salute.
La funzione dei consultori familiari in Italia è stata sinora analizzata in due prospettive, spesso presentate polemicamente in alternativa tra di loro: in un caso il consultorio è considerato come supporto e lenitivo per le contraddizioni del nucleo familiare, sostegno preventivo o chiarificatore delle dinamiche conflittuali, garanzia morale di fronte a eventuali comportamenti disad