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Nel corso di una riunione di presentazione e confronto in vista di spunti di collaborazione tra equipes territoriali (nella fattispecie il Servizio Psichiatrico e l'équipe di Medicina scolastica, neocostituite ambedue nell'ambito dell'U.S.S.L. (1), il discorso stentava ad andare avanti. Molte le critiche e le disconferme, angosciosi silenzi, poca la comunicazione, notevoli invece gli aspetti reciprocamente intrusivi. Da una parte l'équipe psichiatrica con una sua relativa identità di ruoli, di ambiti operativi, di spazi, pur affrontando un lavoro entro una nuova cornice operativa; dall'altra l'équipe della Medicina Scolastica, tutta « nuova », tutta « territoriale », più o meno incerta nei ruoli, nell'ambito di operatività, e con un precariato diffuso nello stesso rapporto di dipendenza dall'ente pubblico.
In un certo momento, ad una malcelata sicumera dell'équipe psichiatrica, connotata e forse autoconnotantesi come rappresentativa dell'establishment, fu contrapposta una domanda « trabocchetto »: « Va bene, ma voi fate territorio? ».
Il senso che noi cogliemmo in questa domanda era quello che « fare territorio » significasse andare concretamente a coprire una distanza, ed avemmo l'impressione che un territorio geografico e geometrico fosse stato lanciato come una specie di salvagente per esentarci dall'angoscia di una possibile territorialità viva attorno alla quale avremmo dovuto lavorare in quella riunione. In altre parole, ci sembrò che l'ideologia del territorio potesse anche essere usata come incapacità di elaborare « quello spazio libero, distanza vissuta, carica di possibilità individuali … da cui deriva l'ampiezza della vita » (Minkowski) (2).
Questo episodio ci è sembra paradigmatico di una problematica che nel nostro « nuovo » operare (cioè nell'ambito delle nuove strutture psichiatriche sorte in base alla Legge 180, poi ripresa quasi invariata nella Riforma Sanitaria) ci tocca continuamente a vari livelli. In realtà nella nostra esperienza il lavoro di terr