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Lo scopo di questo articolo è di discutere se l'attività svolta da un Servizio di Igiene Mentale può assumere nel suo complesso una propria specificità psicoterapeutica, quali condizioni e requisiti permettono di attivare un processo psicoterapico e quali difficoltà e problemi peculiari incontra un Servizio nel muoversi in questa direzione. Non si tratta quindi di vedere se nel contesto del Servizio di Igiene Mentale si possono condurre singole esperienze psicoterapiche con psicotici, limitandosi ad esaminare quali fra le diverse esperienze ed approcci possono più facilmente essere adottate perchè, posto in questi termini, il problema dell'attività psicoterapica rischia di esaurirsi nella discussione sulla praticabilità o meno di alcune forme di psicoterapia rispetto ad altre, finendo per limitare la discussione ad uno scontro fra diverse impostazioni tecniche (o meglio fra diversi gruppi o scuole che a questi si rifanno) nella ricerca di un ruolo di prestigio, di uno spazio di potere o, molto più semplicemente, di un posto di lavoro per chi si è specializzato in questa o quella tecnica.
Riconosciamo l'importanza che questi aspetti rivestono nell'economia generale del problema ma pensiamo che debbono ascriversi piuttosto al campo della sociologia come problemi di mercato del lavoro, e che debbano rimanere distinti in una discussione sulla psicoterapia sul piano teorico e sicentifico.
Questo atteggiamento centra tutto il dibattito sull'uso di un certo numero di regole tecniche, assunte con disinvoltura dall'ambito professionale privato in cui sono nate, facendone degli a-priori validi intrinsecamente, la cui inadeguatezza alla pratica dei Servizi Pubblici tende ad essere giustificata rinviando alle circostanze esterne che non ne consentono una applicazione corretta.
Si può ricordare che il modello organizzativo che discende da questa impostazione, sperimentato ad es. dai Centri di Igiene Mentale Nord Americani negli anni '60, nega una specificità alla problematica del S