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Il discorso psicotico non è più sequestrato all'interno delle ben munite mura manicomiali. Con la legge 180 vi è la possibilità di un ascolto, la possibilità dell'emergenza di una parola. Tuttavia, come notavo lo scorso anno in un seminario (1), la possibilità di ascolto non costituisce di per sè l'ascolto. Ne è la condizione indispensabile, ma non sufficiente: fuori dal manicomio il discorso psicotico è oggi un bisbiglio.
Sotto il titolo del presente articolo ho raccolto due storie del territorio, L'uomo dal tovagliolo e Naufrago urbano, presentate ai « martedì della Clinica » (2). Esse sono centrate sul discorso della follia e sulla possibilità di un suo ascolto. L'uomo dal tovagliolo è la storia di una proposta accettata; il protagonista di Naufrago urbano invece si tiene a distanza, ma invia messaggi pieni di rabbia e ironia: la sua storia è una specie di epistolario.
Probabilmente è utile sottolineare che l'uomo dal tovagliolo incontrava per la prima volta gli psichiatri: forse era curioso o aveva anche un po' di fiducia; il naufrago urbano invece conosceva fin troppo bene gli psichiatri e le « arrugginite sbarre » della loro « bluastra guardina ».
Un'ultima osservazione. In entrambe le situazioni il « caso » è stato segnalato al Servizio da cittadini spaventati, disturbati, oltraggiati, aggrediti…
Da sempre viene affidata agli psichiatri una delega di controllo sociale. Forse tuttavia, con la chiusura del manicomio, è legittimo ipotizzare la trasformazione di tale delega in un progetto di ricerca collettiva.
Scrivevo che solo « quando sarà venuta l'ora che all'uomo un aiuto sia l'uomo » (Brecht) sarà possibile confrontarsi con la follia in maniera diversa; sarà forse possibile se e quando il « territorio » non si limiterà ad essere fatto geografico, ma diventerà una realtà sociale, politica e culturale ove i problemi possano essere gestiti collettivamente.
Fino a quel momento chi si dovrà occupare di follia saranno gli operatori dei servizi, con tutti i limiti che t