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Nel lavoro psichiatrico in istituzioni pubbliche (Ospedale Psichiatrico, Centri Psico-sociali territoriali, Servizi di Diagnosi e Cura in Ospedale Generale) mi sono imbattuto spesso in situazioni familiari che contraddicevano vistosamente la comune regola del « capro espiatorio ». Non accadeva cioè che la sofferenza mentale ed il disturbo relazionale assumessero in un solo membro della famiglia la forma specifica di malattia psicotica, assegnando agli altri i ruoli di testimoni, personaggi sì di un dramma ma in certo senso incontaminati (o meno contaminati), dolorosamente partecipi eppure diversi, coinvolti ma estranei; quasi che tutto il male si concentrasse in uno solo, proprio perchè gli altri potessero esserne indenni.
Succedeva invece che questo specifico malessere, in tempi talora successivi, talaltra concomitanti, colpisse diversi individui.
Una situazione fra le più interessanti, e non rarissima, se l'ho osservata almeno 6 volte (oltre ad alcuni casi meno tipici) in circa 10 anni di attività psichiatrica, è quella in cui il padre ed un figlio maschio sono affetti da forme psicotiche caratteristiche.
Nel padre, verso i 45-50 anni, si assiste allo sviluppo di una grave depressione melanconica, talvolta dopo un esordio ciclico bipolare, talaltra dopo remoti episodi schizofreniformi, più spesso senza importanti disturbi in epoca precedente; ad essa si associano atteggiamenti rivendicativi nei confronti dei familiari, ed in specie di un figlio maschio, idee deliranti di rovina e di abbandono ed a volte tratti della Sindrome di Cotard: l'impressione è allora quella di una rovina universale, nella quale il disfacimento o l'artificialità degli organi corporei costituiscono il riferimento tangibile della generale disgregazione del mondo. Spesso allora il malato rifiuta di nutrirsi, giace inerte nel letto, o attende cupamente la prossima fine sua e di tutti.
Nel figlio, già durante la malattia paterna o dopo il decesso del genitore, insorge una situazione oppo