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Nel gennaio 1976, appena uscita la legge n. 685 del dicembre 1975, incominciarono a presentarsi al Servizio CIM (di RA) dei giovani dediti all'uso di sostanze stupefacenti.
Come operatori eravamo al corrente della nuova posizione che veniva ad assumere il tossicodipendente e conoscevamo anche la scarsità di indicazioni terapeutiche che esistevano al riguardo.
In effetti non si andava oltre alla conoscenza che i trattati di psichiatria avevano in poche righe frettolosamente stilato, qualche informazione farmacologica (soprattutto per i casi di over-dose e di astinenza con collaterale corredo sintomatologico), si conosceva il lavoro di meticolosa ed ampia distribuzione di Metadone che l'Osp. civile Careggi di Firenze operava in campo nazionale, ed infine qualche lettura psicoanalitica.
Senza alcuna particolare organizzazione e con molte perplessità e cautele ci sembrò comunque di dover affrontare il problema che al di là delle analisi sociologiche e politiche ci veniva posto come richiesta di intervento terapeutico immediato. Bisogna innanzitutto distinguere che la richiesta del tossicodipendente era rivolta soprattutto ad un miglioramento o/e mantenimento di buone condizioni fisiche, attraverso flebo, sostanze disintossicanti, cure mediche per dermatosi e malattie infettive. Questa fu la richiesta iniziale che era posta in modo categorico al Servizio, senza possibilità interlocutorie, essendo i tossicodipendenti a conoscenza di tutti i loro problemi organici, nonchè a conoscenza dei rimedi sanitari necessari con una capacità informativa farmacologica a volte superiori a quella di un esperto.
Il nostro interesse era unicamente volto a quel che era la personalità precedente del giovane, capire il perchè della scelta della tossicodipendenza, acquisire una conoscenza della realtà e del problema, e della loro esistenzialità.
Ci sentivamo notevolmente incapaci di distinguere il vero e il falso tossicodipendente, e nutrivamo, per insicurezza, sentimenti di sospettosità con facil