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Quando più di quindici anni fa ho pubblicato un articolo sulla tecnica psicoanalitica del trattamento di pazienti omosessuali, ho cominciato affermando che la ricerca psicoanalitica non è stata felice col problema dell'omosessualità. Allora col mio contributo non potei cambiare nulla di questo stato di cose, come non hanno cambiato nulla i numerosi autori che in precedenza e da allora in poi hanno scritto sull'omosessualità articoli e libri.
Mi sembra vi sia qualcosa di fondamentalmente sbagliato in tutto il modo di porre la questione e quindi anche in tutti i tentativi di rispondere alle domande poste. Questo appare già nella delimitazione di ciò che debba intendersi per omosessualità. Ne viene accettata la definizione popolare, la cui descrizione di manifestazioni evidenti ma superficiali finisce col fare da riferimento.
L'errore in cui sono caduto anch'io con tanti altri, consiste nel non mettere in questione la contrapposizione polare tra eterosessualità ed omosessualità, inserendola nella teoria come un dato di fatto in maniera piattamente acritica. Vinnai scrive a ragione (1977): « Chi persevera nel constatare le differenze evidenti nel comportamento sessuale di omosessuali, resta attaccato a quella superficie che deve essere infranta perché si possano cogliere i collegamenti strutturali significativi. Il fatto che omosessualità ed eterosessualità vengano contrapposte « astrattamente una all'altra, che vengano messe in rapporto solo superficialmente, è necessariamente falsa coscienza che corrisponde ad una specifica struttura sociale ».
Benché la psicoanalisi come scienza dell'inconscio sottolinei che le sue affermazioni abbiano validità relativa, contemporaneamente seduce sempre a isolare dal contesto singoli aspetti del suo oggetto, la vita