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Nell'ambito della revisione del concetto di totemismo, operata da Claude Lévi-Strauss all'inizio degli anni sessanta sulla base di una analisi comparativa dei principali contributi pubblicati sull'argomento della prima metà del Novecento (1), si perviene — come è noto — ad una radicale critica di quella che l'antropologo francese ha definito « illusione totemica ». Ciò non comporta, naturalmente, il disconoscimento del fenomeno, ampiamente documentato, dell'instaurarsi di una particolare relazione tra un gruppo clanico ed una specie animale — o, più raramente, una specie vegetale o una classe di oggetti inanimati — quanto, piuttosto la critica alla tendenza a compendiare arbitrariamente in una definizione unitaria fenomeni eterogenei (2). In particolare Lévi-Straus esclude che si possano riscontrare connessioni casuali tra la relazione totemica e le forme di organizzazione sociale (suddivisioni in clan e sottosezioni, pratica della esogamia) o le prescrizioni rituali e sacrali (tabù alimentari, credenze negli spiriti custodi). Anche nell'ambito della relazione totemica occorre distinguere diverse « specie irriducibili » (3): il totemismo individuale, il totemismo sociale — nell'ambito del quale vanno distinti i totemismi sessuali, di metà, di sezione, di sottosezione e di clan (sia patrilineare che matrilineare) —, il totemismo culturale o concezionale — legato ai luoghi in cui avviene la nascita o l'esperienza dell'avvenuto concepimento —, il totemismo onirico (dream totemism) che può essere a sua volta sociale o individuale.
Su questa base si può agevolmente comprendere l'atteggiamento assunto da Lévi-Strauss nei confronti di quelle teorie che non tengono conto della diversificazione dei fenomeni presi in esame. In particolare