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« Se volete saperne di più sulla sessualità femminile, interrogate la vostra esperienza, o rivolgetevi ai poeti, oppure attendete che la scienza possa darvi ragguagli meglio approfonditi e più coerenti ».
Queste parole di Freud (1932) che implicitamente esprimono la consapevolezza di non essere riuscito a raggiungere una soddisfacente comprensione dei processi propri della sessualità nella donna, sono state certamente raccolte dai suoi allievi e seguaci, come risulta dall'apporto dato alla letteratura da psicoanalisti e soprattutto psicoanaliste, che in numero crescente a partire dagli anni '20 all'incirca, si sono occupati di questo argomento.
Il panorama offerto da questa ormai vasta produzione appare assai vario, e si può ricondurre a tre linee principali.
La prima comprende alcuni autori fra i quali spiccano H. Deutsch, M. Bonaparte e J. Lampl de Groot (tre donne), che riprendono fedelmente alcuni concetti freudiani, andando a volte addirittura oltre alcune affermazioni del maestro circa la posizione gregaria della sessualità femminile rispetto a quella maschile. A queste autrici darei la definizione di « figlie ubbidienti al padre ».
Sempre intorno agli anni '20-'30 cominciano a comparire teorizzazioni alternative a quelle freudiane, dovute principalmente a K. Horney, a M. Klein ed a E. Jones (cui si deve l'unico contributo maschile significativo di quegli anni, in un campo che vede schierate in maggioranza le donne).
Ma è soprattutto negli ultimi vent'anni, parallelamente all'evoluzione del femminismo e alle trasformazioni sociali che si riflettono anche nei mutamenti della condizione femminile, che questo tema ha trovato una crescente espansione; e la revisione dei concetti freudiani, frequentemente esasperata fino ad assumere un carattere fortemente polemico e contestatario, è entrata a far parte del bagaglio della lotta ideologica