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La critica alla posizione di Freud nei confronti della psicologia e sessualità femminile è diventata luogo comune da parte di chi si interessi di psicoanalisi, di condizione femminile o di entrambe. Effettivamente l'immagine della donna, così come l'indagine freudiana l'ha definita attraverso gli anni, non può certo dirsi edificante: afflitta sin dalla più tenera infanzia da un senso di inferiorità per la sua minorazione organica (l'assenza del pene); alleata al sesso maschile nel disprezzo per il suo sesso minorato in questo punto decisivo; incline alla gelosia più dell'uomo; esposta più dell'uomo a traumi e difficoltà per il cammino tortuoso che dovrà seguire nel periodo evolutivo (abbandono del primo oggetto d'amore — la madre — per il padre, abbandono della sessualità clitoridea per una sessualità più adulta vaginale); naturalmente incline al masochismo, alla passività, alla rimozione della sessualità con il rischio sempre presente di cadere nella frigidità o nella nevrosi. Dotata di un senso etico minore di quello dell'uomo, più soggetta quindi a lasciarsi guidare da sentimenti di tenerezza od ostilità che non dalla coscienza morale e quindi più volubile, meno affidabile dell'uomo. Più incline dell'uomo a centrare il proprio interesse su se stessa, ad essere fonte di attrazione proprio per la sua narcisistica autosufficienza e inaccessibilità, ad essere amata più che ad amare.
Se questi sono, secondo Freud, i tratti caratteristici dell'individuo di sesso femminile, non è sorprendente che si siano levate contro Freud proteste, rimproveri, accuse, risentimenti. Per quanto condivisibili, quando queste proteste non vadano oltre la riprovazione morale, non arrivano ad essere probanti sul piano della critica scientifica: Freud del resto era agguerrito per difendersi da questi tipo di reazioni quando ammetteva che la psicoanalisi, nella definizione antropologica dell'individuo umano (femminile o maschile che fosse), costituiva la terza e più scottante mortificazione in