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Hanno un bel dire, quelli che lo dicono, che la prima seduta di una cura analitica non ha una posizione privilegiata nel corso della cura stessa. Quando ero ancora un facitore di teorie tra gli altri, mi ero messo in testa che tutto ciò che accade nel corso di un'analisi, anche di due, cinque, dieci anni, poteva già trovarsi in qualche modo preannunciato nella prima seduta. Poi però, avendo creduto di accorgermi che le teorie, a parte le sciocchezze che sostengono, sono spesso all'origine di malintesi, falsificazioni, violenze e altri misfatti, mi sono impegnato allegramente in una specie di crociata contro le teorie. Comprese le mie. Anche se devo riconoscere che queste, a differenza di quelle degli altri, sono spesso utili e colgono nel segno. Ma la coerenza ha le sue esigenze.
Malgrado tutto, nei momenti in cui aspetto una persona che deve venire da me per la prima seduta di un'analisi, mi trovo in un atteggiamento del tutto particolare, di curiosità, di leggera inquietudine, di sfumata eccitazione, che non ci sono più, in genere, dopo un anno, o anche dopo un mese, o una settimana. Come dire, il privilegio della prima volta. E poi, se la persona che suona alla porta, ed entra nel corridoio, e si sdraia sul lettino, è una ragazza giovane, piacevole a vedersi, con una voce gradevole, all'atteggiamento di prima si aggiunge una sorta di tepore, come un dirmi « va bene così », che dispone più di ogni altra cosa all'ascolto non inquinato dalle teorie.
Ero in questo felice doppio atteggiamento quella volta, la prima naturalmente, quando appena sdraiata sul lettino lei aveva cominciato a dire: « Ah, beh, le dirò che mi fa un po', non è che mi faccia tanto effetto, però mi sembra quasi una cosa strana essere finalmente arrivata, a cominciare. Ho la sensazione, come, così, se da una parte fosse così, un gran momento di gioia, di, in fondo di riuscita, no, come avercela fatta, ecco, e dall'altra un, così, un, una specie di timore, che non è esa