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In un precedente lavoro (1), avevo cercato di mostrare alcune connessioni fra l'area transizionale di Winnicott e l'area esistenziale autentica di Heidegger. In quel lavoro facevo riferimento a un testo di Maud Mannoni, particolarmente utile per il mio scopo (2). Il linguaggio analitico cui avevo fatto ricorso in quel caso aveva lo scopo di fissare univocamente alcuni concetti, quali esistenza autentica e inautentica, vero e falso self ecc. Ad un secondo saggio (3) avevo poi lasciato il compito d'interpretare quei concetti in una prospettiva simbologica che distinguesse fra attività simbolica autentica e inautentica, sempre in esplicito riferimento all'analitica esistenziale di Martin Heidegger. In tale prospettiva l'area transizionale di Winnicott, come quella esistenziale di Heidegger, definirebbe il luogo della «distanziazione» fra soggetto e oggetto, fra sè e altro da sè, che pone e fonda la condizione dell'atto simbolico stesso.
A quest'azione simbolica, fondata sulla distanza (e cioè sulla negazione della simbiosi), si contrappone l'azione simbolica inautentica, che mira all'annullamento della dolorosa esperienza della frattura distanziale. Le principali modalità di quest'attività mostrarono di essere la ristrutturazione del fatto simbiotico o la negazione della realtà.
Stante questa geografia, dal momento che la simbolicità autentica si definisce in base all'area transizionale (indispensabile alla costituzione di vero self) ovvero all'area esistenziale autentica, la simbolicità inautentica.