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Quando ho saputo della morte di Heinz Kohut, nell'ottobre dello scorso anno, sono stato preso dallo stesso inquieto stupore che ho avvertito altre volte, non molte, allorché mi sono accorto che un amico, o un'amica, assieme ai quali avevo fatto un pezzo di strada, più o meno lungo, da un certo punto non e'erano più, erano andati altrove, o forse io avevo preso altre strade. Certamente, nel mio camminare, o peregrinare, per i campi che alcuni chiamano ancora col nome di psicoanalisi, Kohut è stato per me una delle presenze, una delle ombre, che più mi hanno tenuto compagnia, di cui più volentieri mi è parso seguire, per un po', un cenno, un'allusione.
Per testimoniargli la mia riconoscenza e il mio affetto, mi piace scrivere oggi sul suo lavoro, o meglio, su quello che del suo lavoro ci è accessibile, sui suoi scritti. Non però riferendomi — troppi lo hanno già fatto — alle prime folgoranti comunicazioni relative alla svolta del suo pensiero nell'articolo del 1966: «Forms and transformations of narcissism», né al suo libro del 1971: «The analysis of the self», e nemmeno alle ultime presentazioni: «The restoration of the self» del 1977 o «The disorders of the self and their treatment — an outline», in collaborazione con Wolf, dove purtroppo ormai lo slancio della ricerca appare sempre più cristallizzato nella scelta di sistematizzare dogmi ad uso dei chierici.
Mi occuperò invece dell'articolo, progettato verosimilmente all'inizio degli anni Settanta, e apparso solo nel 1979 sull'International Journal of Psycho-Analysis col titolo: «The two analyses of Mr Z», «Ledue analisi del signor Z», uno dei forse due o tre scritti non convenzionali nella letteratura psicoanalitica degli ultimi dieci-quindici anni, sui quali già alcuni esegeti hanno avuto modo di esprimere consensi e dissensi.