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Oggi pochi sanno ricavare un coltello in pietra da un blocco di ossidiana: alcuni, classificati selvaggi, per sopravvivere, altri, classificati antropologi, per capire. È un fatto però che molte e successive ondate tecnologiche, hanno spazzato dal nostro linguaggio, e quindi dalla nostra cultura « normale » ogni ricordo di quella attività pratica, e di tutte le derivazioni astratte (miti, iniziazioni, teorie esplicative e metodi di insegnamento) ad essa connesse. D'altra parte l'accettazione di un qualsiasi strumento da parte di una comunità umana ha sempre portato a nuovi equilibri nei rapporti di potere sia al suo interno, sia verso le altre comunità con cui aveva contatti. Il conseguente cambiamento dei modi di vita è avvenuto sinergicamente con un cambiamento dei miti, dei paradigmi di comportamento, dei valori che permettesse l'accettazione di questi nuovi equilibri da parte delle comunità.
Asimov ha descritto in una situazione romanzesca come una tecnica, di importanza vitale per una comunità, che voglia sopravvivere in quanto tale in una competizione con altre comunità, possa utilmente essere trasformata in una religione: ipotesi allora fantascientifica, ma forse ispirata all'interpretazione di vicende avvenute nel passato (1). Ipotesi che oggi può apparire più realistica se si esamina, in maniera forse troppo critica ma giustamente allarmata il problema della percolazione dell'informatica atraverso la nostra cultura (italiana). Percolazione che, secondo molti, porterà chi è escluso da questa tecnica allo stato del (buon) selvaggio, schiavo di chi conosce e sa, potenziale oggetto di studio di chi vorrà capire come si pensava in una civiltà obsoleta.