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« Quando l'uomo non adempie la legge dell'aspirazione all'idea, cioè non porta con amore il proprio io in sacrificio agli uomini o ad un altro essere (io e Maša) egli soffre e chiama questo peccato. E così l'uomo ininterrottamente deve sentire la sofferenza, che è controbilanciata dal paradisiaco adempimento del precetto, cioè dal sacrificio. Questo è il contrappasso terreno. Altrimenti la terra sarebbe stata inconcepibile… ».
La bella introduzione di Alessandra Bocchetti (1) ai seminari tenuti presso il Centro Culturale Virginia Woolf di Roma pone al centro del discorso sulla maternità il famoso apologo del giudizio di Salomone. A Salomone si presentano due madri che reclamano come proprio uno stesso figlio. « Dividete in due il bambino vivo e datene metà all'una e metà all'altra »: questo il noto ordine del re. Il testo biblico continua: « Allora la donna di cui era il bambino vivo, sentendosi commuovere fin nel più intimo delle viscere verso il suo figlio, disse al re: « No, no, per pietà, mio signore, date pure a lei il bambino vivo, ma non l'uccidete! ». L'altra invece insisteva: « Non deve toccare né a te, né a me: sia diviso ». Ma il re pronunziò la sentenza dicendo: « Date il bambino vivo alla prima senza ucciderlo, perché quella è sua madre » (2).
La menzogna della madre sta a testimoniare, secondo la Bocchetti, di un rapporto « ambiguo » o « ironico » nei confronti della verità del linguaggio; un'ironia, un'ambiguità che sarebbero proprie di ogni maternità, reale o anche solo potenziale, in quanto ogni donna è potenzialmente madre, ha iscritta nel suo corpo la maternità. La donna è, in tal modo, aperta dalla maternità ad una lettura critica, demistificata del reale, che pone al centro una concretezza indiscutibile, la vita del figlio.
La scelta dell'apologo di Salomone all'interno di un discorso sulla maternità e sulla donna si rivela ancor più felice se teniamo presente un'altra celebre storia biblica che vorrei qui richiamare: