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Se l'analisi è senza sintesi (1), non resta che l'autoanalisi. Perché in essa analizzante e analizzato coincidono e il continuo riferimento al sè dei « dati » autosservati è già un principio sintetico. Infatti, per quanto disparati e contraddittori siano i contenuti che « trovo » dentro di me, sono io che li metto in ordine facendoli « appartenere » ad un unico insieme, quando li accetto come miei. Ma chi sono io per arrogarmi il diritto di decidere ciò che mi appartiene o che mi è estraneo? Per sistemare in una rete di significati la mia « realtà psichica »? Se riconoscessi che questa pretesa si fonda sull'oggettività dei dati rilevati, farei prevalere l'analisi, dovrei farmi analizzare da un altro e mi esporrei ancora una volta all'alea di non conseguire mai alcuna sintesi (l'analisi come si sa è interminabile).
Se concludessi, invece, che sono libero di fare del mio mondo interno ciò che voglio, l'autoanalisi dovrebbe chiarire le condizioni della mia libertà.
Consideriamo l'autoanalisi di Freud (2). Essa è l'antecedente storico della psicoanalisi dei pazienti di Freud. Ma fino a che punto sono state chiarite le condizioni della sua validità? Si può certo dire che Freud si è dato un metodo per psicoanalizzare l'altro, ma forse il metodo che usava per analizzare se stesso non risulterebbe, ad un'indagine specifica, altrettanto esplicito e preciso. e' sempre ipotizzabile, in generale, che un'autoanalisi ‘oggettiva’ si basi sul tentativo di osservare se stessi come dall'esterno, cioè come se si trattasse di osservare un'altra persona. Donde la legittimità della stessa denominazione di autoanalisi.
Bisognerebbe però ammettere, in questo caso, l'esistenza di « organo » personale, la ragione, lo sguardo, che nella sua genesi e nei suoi meccanismi di funzionamento sia assolutamente indipendente dal mondo interno. Sarebbe una sorta di eterodosso Kantismo (l'ammissione della possibilità di giudizi sintetici a priori) (3) un po' fuori luogo, se applicato