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« Per quanto riguarda il carattere poetico, penso a quella specie di uomini alla quale appartengo che non ha io, che è in ogni cosa e non è niente. Non ha carattere … si compiace tanto del lato oscuro delle cose quanto del loro lato
brillante ».
« Un vezzo insulso e un frammento della storia universale »
Chi si occupa di filosofia ammette oggi che la pretesa del pensiero astratto di interpretare le opere d'arte — o quel che di esse attualmente rimane — deducendone la forma da principi generali è del tutto insostenibile. L'unica forma di pensiero in grado di rendere giustizia all'arte è quella che discute radicalmente se stessa e la sua attuale validità, rendendosi conto che l'opera non può più essere compressa entro le categorie del senza-concetto, come ancora voleva ogni critica contenutistica di stampo idealista.
L'opera stessa si riempie oggi di riflessività, di fronte a una crisi forse definitiva della autonomia delle categorie filosofiche; le due vie più battute della interpretazione sembrano essere allora quella che considera l'opera come universo autonomo dotato di concretezza propria, e quella che vi scorge la forma di una dissoluzione in atto nell'oggetto-letteratura, la cui consapevolezza è elaborata dal linguaggio con la nozione di lesto. Definitivamente tramontata è comunque la docile figura dell'arte che si sottopone all'intervento risolutore della verità filosofica. Un critico del calibro di Benjamin ancora alla fine degli anni '20 poteva dichiarare che critica è mortificazione delle opere; oggi questa mortificazione è l'opera stessa a compierla: il surplus di negatività trova il suo terreno di coltura non più nello stacco tra il dentro e il fuori, tra l'immanenza e la trascendenza, ma nel terreno stesso della forma. Con ciò, essa smette di essere semplicemente la configurazione che i contenuti si danno, e si carica, come scrive Roland Barthes, di nuove « responsabilità ».