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In questo saggio, scritto in maniera piacevolissima e con ironia sempre pronta a rivestire le « confessioni » dei peccati più gravi degli analisti più che dell'analisi, si propongono alcuni fondamentali problemi epistemologici sull'analisi stessa, sulla sua scientificità, sui rapporti col romanzo. Ne scaturisce una serie di finissime argomentazioni, apparentemente intellettuali, attraverso le quali i raccordi tra romanzo borghese e romanzo analitico individuale vengono dapprima cercati, poi dichiarati come lampanti, infine sembrano esservi numerose identità tra questi due filoni di espressione delle aspirazioni della borghesia a ritrovarsi, a obbiettivarsi in un romanzo possibilmente giallo o in un'analisi ricostruttiva del proprio romanzo individuale. Ho scritto apparentemente individuale, dato che, quando la logica evoluzione del libro e l'imponente bibliografia scelta e selezionata sembrano dover portare a concludere che l'analisi abbia ormai fatto la sua epoca, come il romanzo borghese, gli Aa. sembrano esitare, richiamano qualche buon romanzo che ancora riesce ad essere scritto, affermano che « la psicanalisi non ha probabilmente esaurito il suo compito » ed inoltre che « per l'autorità che le proviene dalla sua provata ed un pò patetica devozione alla scienza e nonostante i legittimi dubbi sulle sue reali attitudini… può avere ancora la possibilità di farsi ascoltare ».
Questo abbozzo di doppio finale ed il conseguente invito al dibattito del poscritto fanno pensare che questo saggio è probabilmente esso stesso un romanzo borghese alla ricerca di un epilogo che non può esservi perché come dicono gli Aa. « le scienze dell'uomo sono innanzitutto delle pratiche: che possono anche riflettere su sé stesse secondo i canoni della scienza; ma a condizione che sappiano meglio riconoscere ciò da cui ineluttabilmente sono guidate e fermentate: miti, favole, racconti, ideologia con cui continuamente tornare a fare i conti ». Sembra quindi che tutto il libro si riferisca al