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Il lavoro di Lilian Berna qui presentato mostra come la ricerca sul lattante sia un punto di incrocio di delicate questioni di ordine clinico e teorico per la psicoanalisi e di come essa abbia anche rilevanti implicazioni nel campo della tutela della salute mentale. Anche la situazione in Italia, che cercheremo qui di illustrare, è dimostrativa di questo e di quanto l'autrice pone a conclusione, e cioè che «l'osservazione del lattante spinge la psicoanalisi, nei vari ambiti, verso i suoi confini».
Tratteggiare il quadro della situazione italiana significa delineare intanto il percorso secondo il quale quella situazione si è definita e puntualizzare gli elementi costitutivi dell'attualità. Cercheremo di fare questo avendo presenti due riferimenti, cui pure l'articolo della Berna rimanda: la formazione alla psicoanalisi infantile e il contenuto della ricerca psicoanalitica sul neonato.
Va innanzitutto ricordato come la psicoanalisi infantile in Italia sia stata praticamente inesistente, sia come area di ricerca e di interesse che come applicazione clinica, sino a qualche anno fa; non c'è da noi una storia di istituti o centri psicoanalitici sul tipo della Tavistock o della Hampstead Clinic, dove si pratichi e si insegni la psicoanalisi infantile, nè gli istituti di psicoanalisi prevedono una specifica formazione per il lavoro con i bambini, e l'infant-observation non è parte del loro training. Abbiamo avuto invece, nel nostro Paese, lo sviluppo di una psichiatria infantile fortemente influenzata dalla psicoanalisi, e, ciò che è ancora più caratteristico e determinante, la psichiatria infantile è sempre stata parte di una altra disciplina: la neuropsichiatria infantile (1). È a partire dalla storia di questa che si può comprendere