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Scrivere sulla schizofrenia non è compito facile. Da quando il termine fu introdotto nel 1911 da Eugen Bleuler fiumi di inchiostro sono stati versati, senza peraltro approdare a certezze inconfutate nei confronti sia dell'eziopatogenesi della sindrome, sia della sua definizione nosografica, che dell'efficacia degli svariati trattamenti proposti. Infatti, al di là delle svariate definizioni diagnostiche che le diverse scuole danno (schizofrenia acuta, cronica, disturbi dello spettro schizofrenico), se soltanto consideriamo il problema dell'eziologia del fenomeno non si può non rimanere preoccupati dal fatto che vengano date spiegazioni non solo differenti ma addirittura radicalmente contrastanti. In particolar modo balza agli occhi la contrapposizione fra teorie biologiche e teorie psicosociali. Queste sono naturalmente delle ovvietà. E' nota a tutti l'esistenza di queste contrapposizioni. Meno ovvio e scontato è il fatto che, in molti casi, troppe energie vengono spese, non tanto per raccogliere in modo corretto osservazioni nuove, quanto per demolire gli altrui punti di vista o per consolidare, in modo spesso tautologico, il proprio.
Da quando questo mio lavoro è cominciato, dopo un'iniziale euforia, man mano che cercavo di dipanare una matassa sempre più ingarbugliata, è cresciuta in me una sensazione di disagio in quanto le mie premesse iniziali, che qui non accennerò, sono state decine di volte scosse e riconfermate dalle svariate letture che venivo facendo sull'argomento. La lezione forse più importante che ho ricevuto nell'effettuare questo lavoro si potrebbe tradurre in un invito alla cautela nell'accettare e nel respingere idee, punti di vista e teorie relative al fenomeno schizofrenia, insomma un richiamo al mantenere un atteggiamento molto rigoroso ed equilibrato ed a cercare, più che i punti di attrito e di frizione fra svariate concezioni, possibilità di integrazione fra di esse, in quanto, e non è una mia convinzione personale, la schizofrenia è un fenom