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Una conoscenza, anche modesta, della letteratura sul narcisismo basta per intravedere la sconfortante babele delle lingue che si agita intorno al suo concetto. C'è da augurarsi che agli studiosi del narcisismo non debba toccare la stessa sorte di Narciso, consumatosi mortalmente d'amore per la propria irraggiungibile immagine. La mitica, tragica storia del bel giovinetto tespiese (contrapposta da Kerényi al mito dell'androgino) induce a pensare la distinzione e la divergenza tra contemplazione di sé e conoscenza di sé.
Tiresia così aveva profetato alla madre di Narciso, la ninfa Leiriope, ansiosa di sapere se il bellissimo frutto del suo ventre avrebbe conosciuto tarda vecchiezza: « Sì, purché non conosca mai sé stesso ». Se guardiamo al di là della materna sollecitudine, scorgiamo l'incompatibilità tra il conservare la bellezza e l'invecchiare; e intuiamo, già in questo antefatto della vicenda, il desiderio di sconfiggere il tempo e la sua opera devastatrice mediante una morte « nel fior degli anni » che preservi, in una sorta di « immortalità », la bella immagine. Come altra, più umana e pietosa frode a un tempo sentito come crudele, perché nemico della bellezza, ricordiamo aneddoti di donne bellissime che, ai primi segni del declinare della loro bellezza, velarono con sgomento gli specchi. Si sa, la bellezza della vecchiaia può essere gustata solo da chi non riversa ogni amore e preoccupazione sulla propria bellezza. Ma ritorniamo a Narciso e alla profezia di Tiresia. Immaginiamo che la letale conoscenza di sé, di cui parla il cieco veggente, sia, propriamente, il « vedersi », l'incontrare la propria immagine e l'essere catturato dal vortice dell'autocontemplazione. L'immagine di Narciso è bella quanto lui; è immobile e fuori del tempo; così come immobile, fuori del tempo e annullamento di esso è il contemplarla.
Pensiamo, per contrasto, alla fascinazione esercitata su Dante o