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Nel numero 4, 1983 di Psicoterapia e Scienze umane Paolo Migone propone una discussione sul rapporto tra psichiatria e psicoanalisi sul problema della diagnosi e accompagna il suo scritto con due articoli: il saggio di Kernberg sulla «intervista strutturale», e una presentazione del DSM-III (1980), cioè il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell'American Psychiatric Association. Il primo rappresenta, secondo Migone, il punto di vista della psichiatria dinamica e il secondo il punto di vista della psichiatria descrittiva. l'esposizione di Migone è di esemplare chiarezza. Meno chiara è la posizione dell'autore nei confronti del DSM-III, considerato «un passo avanti nel cammino della psichiatria» (p. 77) ma, contemporaneamente, indicato come fonte di rischi che, se individuati come presenti, sono davvero rischi assai pesanti: »…il DSM-III rischia di diventare il principale, se non l'unico, schema di riferimento, appiattendo ed oscurando altri importanti punti di vista» (p. 78). Quando poi questi «importanti punti di vista» risultano essere la psicodinamica del disturbo e la sua eziologia, radicalmente tolti di mezzo dal DSM-III per garantire agli operatori una supposta «neutralità scientifica», Migone osserva giustamente che dietro a questo approccio «vi è l'ideologia del modello medico della malattia mentale, che è destinato ad influire in maniera diretta o indiretta sul modo di pensare, sulla teoria eziopato-genetica e sulla pratica della psichiatria» (p. 57). Se questa è l'opinione dell'autore, perde di validità la sua esortazione a «riempire gli spazi lasciati vuoti dall'approccio descrittivo», a proporre metodi diagnostici «a complemento» di quelli proposti. Se «non si può chiedere alla psichiatria descrittiva quello che non ci può dare» neppure si può chiedere alla psicologia dinamica di far uso di punti di riferimento non utilizzabili.