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Nottetempo ho dialogato con Fellini camminando per chilometri, come ci succedeva all'epoca del liceo. Allora — più di 40 anni fa — lungo la spiaggia di Rimini, adesso per le strade di Milano. Avevo visto E la nave va, godendomelo. Così, nella sua immediata bellezza, senza lasciarmi guastare il piacere — e la sofferta tensione — da nessun cerebralismo. Con tutto il sensorio. Soltanto a ripensarci mi parve poi di trovare nel film l'avallo di una mia idea. Ci approdo con l'ultima parte del libro Il coraggio di Venere: non sarà la paura a salvarci dall'apocalisse atomica — il terrore paralizza o spinge a disertare — ma il coraggio di vivere (e soffrire) nel rigore estetico. Perciò propongo, su fondamenti clinici, l'angoscia della bellezza. Tanto da arrivare a supporre che l'era nucleare contenga l'ingiunzione attuale a mutare la qualità della vita, a realizzare per necessità la congiunzione — fin qui socialmente inesplorata — di estetica, di etica e di politica. La crisi definitiva come incentivo a tentare il mai sperimentato, a svegliare — nell'ineludibile responsabilità — l'immaginazione. Rivoluzione della bellezza, non proclamabile dalle scadute trombe di Marte.
Il dubbio però resta. Arriveremo in tempo? Sapremo organizzare la speranza? l'opera di Federico non allarma (e non smobilita) come The Day After — e come tutte le Cassandre — ma ci sollecita oggi, alludendo a ieri, a darci un domani. Subito. «Sprecare il tempo è una indecenza», mi diceva pressapoco. «Il mio non è né pessimismo né ottimissmo, ma il convincimento di fare quel che va fatto. E farlo bene. Senza questa convinzione non avrei potuto né concepire né mettere al mondo E la nave va». E ancora, dopo il racconto eccitante sul configurarsi, tra pentimenti e certezze, della germinosa composizione di immagine, parola e canto: «Lo so bene che la luna è finta, e il mare di cartapesta.