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Abbiamo sempre sostenuto il valore della comprensione storica delle indagini psicoanalitiche e della ricomposizione dei punti di vista diversi seguendoli nella loro evoluzione. Lo consideriamo un elemento imprescindibile della formazione psicoanalitica, come sa chi ha seguito le nostre linee indicative. L'attenzione ai perché delle soluzioni teoriche e degli scontri che hanno determinato, ha per noi una rilevanza diversa rispetto alla tendenza attuale a liquidare con argomentazioni storicistiche alcuni cardini del pensiero freudiano, trattando ad esempio come un residuo ottocentesco la presenza costante in esso della fondazione biologica. Le prospettive relazionali e semantiche sembrano più «moderne», più confacenti ai modelli attuali delle Scienze dell'Uomo: abbiamo visto negli ultimi anni diversi tentativi di presentare un Freud libero da «scorie» biologiche. Proprio perché ci occupiamo da molto tempo di Scienze Umane, non ci convince una operazione che spesso evita il confronto con la crisi metodologica e di fondazione teorica che attraversa questo campo.
Un richiamo alla tradizione, da parte nostra, significa innanzitutto tener conto della «modernità» della prospettiva del rapporto con la natura in Freud e cercare la soluzione dei problemi senza ricorrere alla scorciatoia di collocare la psicoanalisi in ambiti concettuali esterni ad essa.
Seguendo la «nostra» tradizione, due temi portanti affrontati dalla Rivista ricevono contributi ulteriori in questo numero: il problema della tecnica psicoanalitica e quello della diagnosi.
Il lavoro di Eissler, che appare in questo numero, è del 1950. Come è noto ai nostri lettori, nel n. 2, 1981, abbiamo pubblicato il suo scritto fondamentale sui «parametri» della tecnica. Si trattava di un contributo teorico-clinico del 1953 che ha costituito un punto di riferimento per qualsiasi approfondimento teoreticamente fondato sulla tecnica psicoanalitica. Questi due lavori di Eissler vanno inquadrati