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L'intervista strutturale proposta da Otto Kernberg (v. Psicot e s.u., 4, '83) si presenta come il tentativo di concettualizzare sul piano teorico e rendere applicabile, sul piano operativo, il punto di vista psicoanalitico in un primo coloquio psichiatrico. Si propone quindi come strumento di diagnosi differenziale al fine di indicare trattamenti specifici e valutazioni prognostiche. L'aspetto più interessante di questa operazione a nostro parere, riguarda l'ambizione esplicitata direttamente dall'autore di proporre l'intervista strutturale non già come il compendio delle raccomandazioni cliniche suggerite dall'esperienza di un abile psichiatra-psicoanalista; ma come vero e proprio strumento nuovo che permetterebbe in quanto tale di aumentare la sensibilità dell'intervistatore fin dal primo colloquio.
In questo senso la domanda centrale è se l'intervista strutturale garantisca la possibilità di cogliere elementi di conoscenza maggiori e/o diversi rispetto ad una intervista tradizionale fondata essenzialmente sulla descrizione di comportamenti presi come sintomatici. Schematicamente tale pratica si fonda sul metodo della osservazione semplice da parte di un intervistatore «neutro» che registra fatti, comportamenti e caratteristiche del paziente, catalogandoli in gruppi come espressione fenomenica di una patologia psichiatrica sottostante, sulla cui natura formula ipotesi fondate su un modello del funzionamento dell'uomo normale e patologico. E’ lecito quindi domandarsi se dal punto di vista esclusivamente concettuale l'intervista proposta da Kernberg rappresenti una svolta significativa per utilizzare nel primo colloquio la complessa e per certi versi rigorosa sintassi psicoanalitica.
Uno psichiatra senza pregiudizi positivi e negativi nei confronti della