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Durante tutto l'arco del suo sviluppo nel ventesimo secolo, la psicoanalisi si è trovata di fronte ad un noto problema a proposito delle sue priorità, o per meglio dire della sua identità. E' la psicoanalisi in primo luogo un modo di curare i pazienti, informato e specializzato, certo, ma cionondimeno un modo? O è piuttosto una scienza, la scienza dell'inconscio, che si occupa in primo luogo della spiegazione delle funzioni e dei meccanismi della mente? In altre parole: la psicoanalisi va giudicata in base ai suoi successi o fallimenti nei suoi sforzi terapeutici, nel trattare i problemi della gente, nel reintegrare in un ruolo utile all'interno della società degli individui esauriti? Oppure va giudicata secondo criteri di metodologia e rigore scientifico, quali quelli che si usano nella valutazione di altre imprese scientifiche? La nascita e i primi passi sperimentali della psicoanalisi sono stati il risultato di una fusione armoniosa di successi scientifici e terapeutici. La terapia, per così dire, forniva i dati su cui si basavano le inferenze e le formulazioni teoriche: queste formulazioni scientifiche guidavano a loro volta l'attività pratica dell'analista volta ad intensificare il movimento verso la guarigione. Tale armoniosa coesistenzaa si infranse tuttavia all'epoca di Freud. La teoria psicoanalitica, alimentata dalle brillanti scoperte di Freud, si spinse sempre più in profondità nella natura di disagi, delusioni e angoscie umane, trovandosi così ad affrontare la questione delle imposizioni della società all'individuo. Da questi tentativi emerse un quadro radicalmente nuovo dell'essere umano, che lo vedeva come desiderante ma frustrato, morale ma aggressivo, razionale ma deluso, nobile ma vile.
Quanto alla terapia psicoanalitica, essa si è spinta fino ad occupare