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Aliud est esse in lege, aliud sub lege.Qui est in lege, secundum legem agit;qui este sub lege, secundum legem agitur.
Il film di Bergman, «Fanny e Alexander», costituisce l'ultima, più recente riflessione sulle origini profonde del processo creativo. Se tale indagine è antica quanto l'arte stessa, gli strumenti sono qui però relativamente recenti: il film avvalora una convinzione che ha trovato risonanza e diffusione nel periodo romantico, per ripercuotersi a più riprese nelle teorizzazioni psicanalitiche di varie e differenti scuole. L'assunto teorico di cui parliamo è quello che pone l'origine della creatività nella riconquista della madre attraverso una lotta vittoriosa contro la figura paterna. Secondo tale concezione, la creatività è la materna matrice dell'essere, cui l'uomo ritorna dopo aver sconfitto il rigore geometrico e costrittivo della coscienza maschile. L'artista si configura dunque, in tale concezione, come un particolare tipo di eroe, un eroe figlio e amante della madre, vittorioso nella sua rivalità con il padre ma anche perennemente ferito, una sorta di sacerdote di Cibele, che realizza la propria auto-castrazione in omaggio allo strapotere materno dell'inconscio. In tutto l'ottocento romantico tale immagine dell'artista è diffusissima, da Novalis attraverso i miti wagneriani per giungere a Rilke. Il pensiero junghiano accoglie tale eredità concettuale arricchendola di un amplissimo repertorio mitologico e offrendole un nuovo puntello teorico:
Nel profondo dimora la saggezza, la saggezza della madre; dall'esser tutt'uno con lei deriva il presentimento delle cose più profonde, di tutti i depositi d'un tempo antichissimo, di cui lo spirito ha conservato gli strati. Anche il poeta, nella sua estasi morbosa, avverte molto la grandezza di ciò che vede, ma, diversamente da Faust, gli interessa poco di portare alla luce del giorno ciò che ha scoperto nel profondo (1).