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Di lui si conoscono le iniziali: S. E.. Faceva l'ingegnere ed aveva 39 anni. Il 15 aprile del 1938 fu portato dal commissariato romano alla clinica del professor Cerletti. Era residente a Milano ed era stato arrestato alla stazione ferroviaria perché si aggirava intorno ad un treno in partenza senza possedere il biglietto e ai poliziotti sembrava che «non fosse in possesso delle sue piene capacità mentali». Fu tenuto in «osservazione» per alcuni giorni. La diagnosi fu: sindrome schizofrenica. Cerletti diceva di lui che si comportava con «incoerenza, scarsa affettività, riferiva allucinazioni, idee deliranti, neologismi..» [1]. Qualche giorno più tardi gli furono applicati due elettrodi che fecero passare, attraverso il suo cervello, una corrente di 80 volts per 0,2 secondi e poi una di 110 volts per 0,2 secondi. S.E. forse non lo avrà mai saputo, ma era il primo uomo al quale si somministrava un elettroshock.
Dopo quasi mezzo secolo di storia, l'elettroshock rimane nella cultura della psichiatria e degli psichiatri una resistente certezza. Nell'Italia della Riforma a sei anni dalla sua approvazione, lo ritroviamo presente, modificato, «addolcito» mistificato, ma ancora presente nelle pratiche; affiora dalle frustazioni o diviene alibi dell'impotenza (forse dell'ignoranza?). Presenza ancora arrogante in qualche servizio di diagnosi e cura negli ospedali generali, orpello fatiscente di una psichiatria che credevamo superata, o in molte case di cura private che affollano ancora le nostre regioni, e certamente non solo quelle cosiddette «antiriformistiche».
La pubblicazione dell'edizione italiana del libro di Peter Breggin [2] Elettroshock, consente di riprendere una riflessione più attenta e