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Allora l'equipe diagnostica si fece avanti e si mise a diagnosticare l'intera faccenda…
— Equipe diagnostica?… Ascolta… agnostico significa «uno che non sa»… e di è un prefisso greco che vuol dire «due volte». Quindi l'equipe diagnostica sa appena due volte quello che sa un ordinario agnostico… Giusto?
Questo scritto è una risposta al dibattito sulla diagnosi che si è svolto su alcuni lavori comparsi sui numeri precedenti di Psicoterapia e scienze umane. In tre articoli pubblicati sul n. 4, 1983, avevo proposto una discussione sul problema della diagnosi. Nel primo articolo, che doveva servire da introduzione agli altri due, e che portava il titolo volutamente ambizioso “Verso un aggancio tra psichiatria e psicoanalisi: il problema della diagnosi”, ho cercato di allargare il tema della discussione oltre l'ambito della diagnosi puramente psicoanalitica, inserendolo all'interno della psichiatria, e sollevando così l'annoso problema del rapporto tra psichiatria e psicoanalisi. Gli altri due articoli volevano essere rappresentativi di questi due punti di vista rispetto al problema della diagnosi, quello della psicoanalisi e quello della psichiatria descrittiva.
Per esporre un punto di vista psicoanalitico sulla diagnosi ho scelto di tradurre il lavoro di Kernberg (1981) sulla intervista strutturale, in quanto, tra i tanti possibili contributi esistenti da parte delle varie correnti psicoanalitiche, questo lavoro presenta alcune implicazioni operative e una certa pregnanza clinica; inoltre è abbastanza recente, e ad opera di un autore che è tra i più conosciuti oggi sulla scena psicoanalitica, per cui può considerarsi rappresentativo di un importante settore della psicoanalisi contemporanea. Per esporre un punto di vista della psichiatria descrittiva invece ho scelto di fare una sintetica presentazione del Dsm-III, cioè del sistema diagnostico