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Ferdinando Camon diceva di Luis Borges che era uno scrittore di biblioteca.
Cosa vuol dire? Vuol dire, secondo Camon, uno scrittore che scrive di cose senza uscire dalla biblioteca, che racconta di viaggi senza viaggiare, che spiega la vita essendo morto, che insegna i piatti da mangiare senza mai aver messo sotto i denti i cibi di cui parla, dei quali ha però letto dottamente tutti i menù.
Ci sono tante persone che invece di mangiare leggono menù. E fin qui non c'è niente da obiettare. Ciascuno ha i suoi gusti, ovvero, per parlare alla moda, i suoi stili di vita. Il disagio caso mai comincia quando le stesse persone pretendono di spiegarci e insegnarci quali sono i piatti da preferire sulla base dei menù che hanno solo letto. E' comunque consuetudine diffusa a proposito della psicoanalisi. Da una parte infatti ne parla da esperto sopratutto chi non l'ha fatta. Borges tra questi, sempre secondo Camon. Ma anche filosofi, linguisti, politici, scrittori anche si capisce. Sanno tutto della psicoanalisi, con l'assenza del dubbio e la mancanza di sfumature proprie di chi legge le descrizioni di Veronelli, senza bisogno alcuno e desiderio di passare dalla Gina o da Gualtiero, al Portone di Scandiano o alla Scaletta di Milano, onde verificare o falsificare di persona, col naso, il palato, lo stomaco e il portafoglio, se le cose stanno così o in altro modo. Dall'altra parte però, ancora più sorprendenti sono quelli che pur avendola fatta e praticandola, la psicoanalisi, e potendo quindi parlarne alla buona in termini di piatti consumati (ottimo quell'antipasto, scadente la scelta dei vini, ti raccomando i tortelloni alla zucca, e quella zuppa inglese fatta in casa), ne discettano in termini complicati ma sapienti di menù letti e chiosati. Con scorpacciate di bibliografie, il menù dei menù. Magari poco appetitose, ma che almeno non comportano, per i dispeptici, il bicarbonato. I quali ci assicurano che Michel de Montaigne, di passaggio a Rovereto (a mezza strada tra Trento e