You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
«L'oggetto della psicoanalisi è irrazionale, non il metodo». (O. Fenichel)
Nel concetto di astinenza si presenta il dilemma della tecnica psicoanalitica, diventa evidente come e quanto la psicoanalisi sia una professione assolutamente «impossibile» (Freud, 1937; Greeenson, 1977): troppa astinenza — e l'analista si riduce ad un osservatore distante; troppo poca astinenza — e l'analista inflaziona il processo neurotico in qualità di co-attore. Leo Rangell (1954) e l'ultimo Wilhelm Reich sono esempi di questa antitesi. In relazione al paziente, il primo significa che alcuni pazienti diventano inanalizzabili in un clima di grande rifiuto, il secondo che un atteggiamento troppo concessivo ingenera una situazione caotica. Quest'antitesi perdura a tutt'oggi: radicalizzazione dell'astinenza fino alla rigidità inumana o riduzione della stessa al livello minimo. Qui incontriamo analisti che perseguono un «rigore paterno» quale adeguato atteggiamento di base (un ideale di tecnica scientificamente fondata e centrata sul metodo); là analisti che perseguono l'immagine della «buona madre» quale adeguato atteggiamento terapeutico (un ideale di vicinanza amorevole, dal quale l'analista empaticamente ricava i criteri per il suo operare).
Quando parliamo di astinenza in psicoanalisi, abbiamo davanti agli occhi due aspetti diversi della tecnica: da una parte l'analista deve trattenersi dal soddisfare suoi bisogni pulsionali nel rapporto con il paziente, una rigorosa regola di astinenza lo protegge dai propri bisogni, desideri etc.; dall'altra egli deve esortare il paziente alla rinuncia di soddisfazioni pulsionali nella translazione, in modo particolare deve badare a segrete soddisfazioni pulsionali del paziente