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Carissimo Piero, mi rivolgo a te per una faccenda che, pur se indirettamente, mi riguarda intensamente e per diversi motivi. Bruno De Maria, che è una delle intelligenze più produttive tra quelle che fin'ora hanno contribuito alla crescita del pensiero gruppo-analitico all'interno della Sgai, mi ha raccontato che un suo recente lavoro, Segreti di famiglia, inviato per pubblicazione alla tua rivista, è stato rifiutato dalla direzione nonostante il parere favorevole alla pubblicazione da parte di due diversi lettori della redazione. Giacché presumo che le parole virgolettate nella lettera della redazione a Bruno siano tue, indirizzo direttamente a te questi miei rilievi, che spero tu voglia prendere in considerazione alla luce di quella onestà intellettuale che ci siamo sempre reciprocamente riconosciuti.
Non riesco prorio a vedere quali possono essere i punti del lavoro, come dei precedenti lavori di Bruno già pubblicati su Psicoterapia e scienze umane, dai quali si possa dedurre che egli non faccia riferimento a modelli teorici. Quanto egli può aver criticato, con lo stile che gli è proprio, di certi aspetti di dottrine esistenti, è un fatto inerente al dibattito scientifico, e se la critica si è a volte appuntata su aspetti liturgici o lessicali dei centri politico-culturali che di quelle dottrine si fanno portavoci, è un fatto inerente ad un dibattito di politica e di sociologia culturale. Entrambi questi dibattiti hanno visto nella tua rivista, sin dalla sua fondazione, l'iniziativa editoriale della loro promozione più aperta ed intelligente sul nostro mercato. Ma, sembra che tu dica, un dibattito, scientifico o socio-culturale che sia, ha la sua piena dignità solo in misura in cui il momento critico, la sua ‘pars destruens’, si integra con un momento propositivo, costruttivo in termini teorici, che sono gli unici termini che legittimano, senza alcuna presunzione di verità ultimative, un dibattito che riguardi la nostra pratica ‘psi-’. Ora io credo che perfino Lai