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Paziente - «Se sono diventata matta, dottore, è perché mio padre mi ha sempre nascosto un segreto».
Io - «Quale segreto?».
Paziente - «Non lo so. E' un segreto».
(da un primo colloquio)
Se si va verso il nord, lungo la litoranea, dopo Grosseto e Livorno, si lasciano alle spalle i campi di girasole, i filari di eucaliptus, le terre riarse e d'un tratto, quasi richiamate da una nostalgia di verde, cominciano le colline. Lungo quella strada, a sud di La Spezia, dove l'Emilia si incunea fra Toscana e Liguria, c'è un punto dove le colline si alzano come gigantesche onde verdi. La macchia mediterranea è alle vostre spalle e comincia una jungla fittissima di abeti, faggi e castagni. Nel folto di quelle valli, o inerpicati sulle alture, occhieggiano piccoli paesi, precisi come miniature tanto è chiaro e limpido il cielo. Ero appunto in quei pressi, alla fine delle ferie di agosto, quando ad un tratto mi vidi venire incontro sul bordo dell'autostrada, un cartello blu sul quale era scritto il nome di un paese, P. Rallentai e mi guardai intorno. Quale poteva essere, fra tanti paesi disseminati tra valli e creste, quello che mi incuriosiva personalmente? Poteva essere uno qualunque e per saperlo avrei dovuto girare la macchina e seguire «le tracce». Le tracce, ovvero qualcosa che rimanda a un'origine nel momento stesso in cui ne afferma la sparizione. Le avevo già seguite, in un'altra occasione, e non geograficamente. Sì, avevo seguito le tracce di una vita che si nascondeva sempre più mentre sembrava mostrarsi, e avevo trovato una piazza, con il suo coro di voci e, in quella piazza, o forse altrove, un forno a legna dove si faceva il pane, luogo di ritrovo e di chiacchiera delle comari. Esitai. Mi incuriosiva molto vedere quel posto che non conoscevo, entrare nei suoi vicoli segreti, annusare, per così dire, il suo colore locale. Ma era il caso di farlo? E se lì, proprio lì avessi incontrato Laura? Sarebbe stato imbarazzante perché Laura era una mia paziente e non avrei potuto neg