You do not currently have permission to view the full text for this document. Please sign in to an account with an active subscription or contact support.
La parola «felice» è una delle più difficili da usare. Per usarla senza troppo rischiare, si cerca di solito di limitarne un poco la violenza emotiva, alludendo piuttosto, con essa, al risultato positivo di un atto, di un'operazione, di un incontro. Se però alla parola «felice» si accosta il verbo essere, la sua intensità è resa, dalla funzione del predicato, pressoché insopportabile. Se la si usa in senso augurale, la sua significanza è superlativa, ma mitigata alquanto dal sorriso, dall'abitudine, dalla tradizione.
Giampaolo Lai, nel suo libro La conversazione felice tratta di quel particolare accadimento intersoggettivo che è la conversazione. Accadimento nel corso del quale le «parole alate» come Omero non ometteva mai di chiamarle, passano appunto dall'uno all'altro degli interlocutori, e talvolta si sfiorano con la punta agile delle loro sillabe. Centro del discorso di Lai è la possibile fondazione metodologica di codesto accadere, in quanto gli elementi della conversazione possono costituire una condizione stabile, ma non fissa, di «felicità». E' una sorta di formula che si compone e si scompone, come avviene per un certo movimento, nella struttura complessa di una sinfonia, perché quanto nella conversazione può esservi di casuale, divenendo dato, non potrà sottrarsi ad una particolare opera di rielaborazione e di ricomposizione.
Ne La conversazione felice, stando a ciò che dice l'autore in sede di prefazione, vengono ricomposte in un insieme che è lo stesso libro, parti di colloqui che sono stati via via registrati, in piena consapevolezza e accettazione da parte degli analizzanti. In questi colloqui intervengono, oltre al Terapeuta, personaggi che, secondo un criterio e una rete di riferimenti simbolici, sono indicati con i nomi di Nipotina, Zarina, Motociclista, Farfalla, il Disteso, la Creatura Controvento, la