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Lai è un analista molto conosciuto nel panorama psicoanalitico italiano, autore di vari testi (Il momento sociale della psicoanalisi, 1970; Gruppi di apprendimento, 1973; Le parole del primo colloquio, 1976; Un sogno di Freud, 1977; Due errori di Freud, 1977) e di numerosi articoli, usciti su varie riviste italiane (1979, 1980, 1981, 1982, 1983, 1984, ecc.; si veda anche la sua collaborazione a Il ruolo terapeutico). Questo ultimo libro, La conversazione felice, rappresenta la fase più matura della sua linea di ricerca, e in esso vengono raccolte le posizioni che l'autore ha sviluppato in questi ultimi anni ed in parte esposto negli articoli più recenti. Sono queste posizioni (quelle che per intenderci si rifanno a concetti quali la «relazione felice», la «tecnica senza la teoria», ecc.) quelle che hanno fatto discutere e attirato l'interesse di molti: in un momento in cui assistiamo a profonde trasformazioni all'interno della psicoanalisi (crisi della metapsicologia, della teoria della tecnica, ecc.), non a caso Lai in molte discussioni tra colleghi è diventato quasi un paradigma, un autore al quale si fa spesso riferimento in quanto forse più di altri, con la chiarezza e il coraggio che gli sono congeniali, ha esplicitato vari aspetti di questa crisi.
Prima di tentare un commento alle posizioni di Lai, esporrò in modo per quanto possibile obiettivo il pensiero dell'autore così come viene espresso in questo libro, soprattutto per quei lettori che ancora non si sono avvicinati agli scritti recenti di Lai. Per fare questo, ritengo che il modo migliore sia quello di riportare in sintesi quanto scritto in un foglio di presentazione del libro stesso, perché lo trovo abbastanza chiaro:
Immaginiamo un terapeuta situato in un universo conversazionale con un suo interlocutore. Diciamo che questo terapeuta, per ragioni sue, ha scelto