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L'articolo di Lai (Psicoterapia e scienze umane, 2, ) è ben scritto ed anche spiritoso. Ciò non vuol dire che Lai non prenda sul serio il tema, ma ci sono modi e modi di trattare un argomento così importante. Il paragone fra il Dsm-III, manuale diagnostico statistico dell'American Psychiatric Association (APA) ed il nostro Lambrusco, può però prestarsi ad ulteriori elaborazioni arrivando magari a conclusioni diverse. L'autore cerca di rispondere a due domande: qual è lo scopo del Dsm-III; chi ne trae beneficio. Egli riesce a divertire il lettore senza dare informazioni o suscitare un interesse attivo. Senza questi requisiti, che Cicerone riteneva indispensabili per un buon discorso o argomentazione (docere, delectare, movere), l'articolo è destinato a fallire, non potendo creare nel lettore un cambiamento di coscienza né di azione. Dal punto di vista logico, l'articolo contiene un sofisma: la riduzione all'assurdo della proposizione, che porterebbe ad una conclusione nichilistica, cioè che ogni categorizzazione alla fin fine è priva di significato, come sembra essere qui il caso; oppure a un punto di vista cinico, senza speranza di poter mai comunicare coi nostri colleghi in base ad una classificazione delle malattie mentali. Per evitare questo dilemma, proviamo a cercare un'alternativa riesaminando un po' la storia.
Sino all'anno 1968 quasi ogni nazione del mondo usava la propria classificazione delle malattie mentali. Nel 1968 invece l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) pubblicò la classificazione internazionale delle malattie, revisione ottava (Icd-8), che fu accettata da tutte le nazioni aderenti, incluso gli Stati Uniti d'America e ad eccezione della Francia, come l'unico strumento comune in campo nazionale