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Sono passati più di venti anni da quando, era nel 1963, cominciai a condurre con l'amico Edouard de Perrot, i primi gruppi di psicoterapia di pazienti psicotici ospedalizzati. E si vede. Se provo a confrontare le preoccupazioni e gli interrogativi che ci ponevamo allora, naturalmente quali riesco a ricostruirli consultando la memoria e gli scritti d'epoca, con le questioni che vengono poste ora, dai cultori della gruppo-analisi in particolare, saltano agli occhi, assieme a somiglianze persistenti, differenze radicali. Il problema per noi, si poneva prima di tutto su un piano etico, e riguardava gli strumenti dai quali ci aspettavamo di risolvere problemi pratici, anche spiccioli, di convivenza li chiamerei oggi. Forse perché lo strumento, o il giocattolo, era relativamente nuovo, a disposizione di pochi pionieri veri, quasi un prototipo, eravamo mi vien da dire naturalmente più interessati al suo uso che al suo funzionamento. Bastava che andasse bene, non importava poi tanto come. E non avevamo dubbi che si prestasse mirabilmente a molti usi, specie se il fine era, come era, la socializzazione, parola magica allora. Ci faceva piacere vedere sei sette persone chiamate psicotici, tra i più gravi dell'istituzione, invece che gironzolare nelle corsie o giacere nei letti o meccanicamente impiegati nei vari ateliers, conversare e fumare attorno a un tavolo in una stanzetta privata assieme a due medici, animatamente a volte, penosamente altre, polemicamente, affettuosamente, come più o meno nelle conversazioni di ogni giorno. Ci faceva piacere riascoltare i testi registrati delle nostre conversazioni (la mia fregola del registratore ha radici antiche! naturalmente l'aggeggio era sulla tavola, in mezzo a noi, a volte oggetto di conversazione), notare come fossero rare le manifestazioni cosiddette deliranti, e soprattutto come quando c'erano da parte di qualcuno, venissero almeno da qualcun altro condivise, perdendo in tal modo, ci pareva, il loro carattere altrimenti ominos