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I. Da quando la mia carriera di psicoanalista volge evidentemente al termine, si moltiplicano le osservazioni sulla mia « esperienza ». Gli analizzandi manifestano una volta la loro traslazione idealizzante, e poi di nuovo il loro senso di inferiorità, accompagnato da un senso di impotenza per il timore che, di fronte al peso di quest'esperienza, le loro critiche ed opinioni siano destinate a priori al fallimento. Anche con le colleghe ed i colleghi più giovani la cosa non si limita per lo più alla mera constatazione: ad essa si accompagna spesso una nota d'invidia per tanto sapere, il cui possesso mi attribuisce prestigio ed importanza. Il che a sua volta risveglia in me invidia, tinta di una nota di malinconia: « Se sapeste! Rinuncerei volentieri a quest'equipaggiamento, pur di avere ancora tutto davanti a me! »: in un duplice senso, in quanto esistenza, e in quanto fascino che proviene dall'attività dell'analista. Non appena l'invidia si smorza, si fa sentire la voce della coscienza: « Dovresti mostrare qualcosa delle tue esperienze, trasmetterle ». Ed ecco che gli invidiosi ottengono ciò che vorrebbero, il mio possesso è legittimato, e il mio equilibrio narcisistico disturbato è ristabilito, il che comporta senz'altro l'assolvimento di una rivendicazione della coscienza. Con un saggio clinico sulla conclusione di alcune analisi (Parin, 1981), un tema che presuppone naturalmente molti anni di attività psicoanalitica, ho potuto prendermi proprio questo premio narcisistico.
Il presente saggio etnopsicoanalitico sulla comparazione di ebrei ed omosessuali ha un'ulteriore motivazione. Già una volta (P. Parin e G. Parin-Matthéy, 1976) abbiamo rappresentato, movendo dalle esperienze fatte nel nostro studio psicoanalitico privato a Zurigo, osservazioni effettuate su due gruppi di analizzandi analoghi e per questo comparabili, ma da un altro punto di vista chiaramente diversi l'uno dall'altro. Benché