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Inizio con una breve ricapitolazione dei fatti che hanno dato inizio al dibattito in corso su questa rivista. Vorrei chiarire la mia posizione dato che sono personalmente coinvolta nella situazione.
Ricevo, come lettrice degli articoli che giungono alla rivista per pubblicazione, un lavoro di De Maria: «Segreti di famiglia». L'articolo giunge anonimo, come anonimo è il giudizio di pubblicabilità che si invia all'autore e alla direzione dopo attenta lettura del manoscritto. Il giudizio è da parte mia come da parte dell'altro lettore cui è stato inviato, largamente positivo.
Ciò che mi induce a scrivere alla direzione una nota in cui esprimo una certa perplessità, è che nella nostra rivista si pubblicano raramente casi clinici e quei pochi pubblicati si accompagnano a commenti dell'analista sul suo modo di condurre il caso che inducono a pensare che la sua tecnica nasca come improvvisa geniale e personalissima creazione in un campo vergine da teoria, disinfestato dalle erbacce delle conoscenze ed esperienze che la cultura analitica ha raccolto nel corso del tempo. Mi pare che De Maria (non parlo di Lai sul quale si è intervenuto abbondantemente nel numero precedente) non sia esente da questa … come possiamo chiamarla? civetteria agnostica, in palese contraddizione con la conduzione della sua analisi, bellissimo esempio di una cultura analitica profondamente assimilata e perciò non librescamente irrigidita in formule precostituite (1). In quanto al «sospetto