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Vorrei dire anch'io la mia opinione circa la possibilità di scrivere in maniera letteraria di cose scientifiche. Premetto che in linea di massima penso che il linguaggio informativo e quello letterario vadano tenuti rigidamente separati. Come spiegava magistralmente il grande regista russo Ejsenstejn il linguaggio informativo non dà, di per sé, emozioni, tuttavia, se leggo il giornale e vedo fra i nomi delle vittime di un incidente, quello di una persona cara, indubbiamente questa informazione mi procurerà una notevole alterazione di sentimenti; questo soltanto però perché sono coinvolto nel fatto. Il linguaggio estetico invece ha proprio il compito di coinvolgerci emotivamente in qualcosa che di per sé, come pura notizia, non ci direbbe molto; e può far ciò con l'ausilio di uno stile particolare di modo che noi, in certo modo, sentiamo il fatto come se lo vivessimo. Al linguaggio informativo si può chiedere al massimo (ed è una cosa disattesa) che sia il più chiaro possibile. Se quindi traggo «piacere» da un testo di psicologia è solo perché il suo contenuto mi interessa di per sé; se invece leggo un romanzo o vedo un film, posso commuovermi o divertirmi anche di qualcosa che sul momento non mi interessa o mi interessa molto poco. Ed è giusto che sia così perché il linguaggio informativo tratta prevalentemente di fatti e di teorie, quello estetico di persone e sentimenti. Ogni mescolanza è quindi inutile, prima ancora che brutta e lo dimostrano per esempio i diari, le registrazioni, le autobiografie «analitiche» e simili: in genere sono di una noiosità insopportabile. Per non essere ripetitivo il racconto di un caso clinico, fatto in stile informativo, deve essere breve e servire da illustrazione della teoria; un esempio molto chiaro di ciò si trova in Greenson (Tecnica e pratica della psicoanalisi). Fatta questa lunga premessa c'è però un però: l'unica maniera con cui molti possono seguire con interesse un caso clinico… lungo più di due pagine, è che qualcuno lo r