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Non v'è regime totalitario che non si sia occupato d'arte. Il risultato è sempre stato lo stesso: che si è ottenuta un'arte di regime, ovvero un'arte che, nelle sue varie espressioni, non poteva far altro che riprodurre, attraverso l'obbedienza alle prescrizioni, la proibizione di fare arte. Ciò non significa che, sotto regime totalitario, sia impossibile fare arte «tout court». Si sono avute produzioni artistiche non ostante il nazismo, non ostante il fascismo, non ostante le regole ferree prescritte dal realismo socialista. Ma, appunto, si tratta di arte «non ostante», ovvero di arte che si sottrae alle regole pre-scritte per abbandonarsi alla ricerca delle proprie. L'arte è figlia del divenire; anzi, forse è il divenire stesso che si conosce nel suo andar facendosi. E per questo non può che essere dalla parte della metamorfosi, contro ogni «medesimità». Ma ciò che il regime proibisce è proprio l'esplorazione, la caduta in qualcos'altro che non sia l'ampia conosciutezza del «medesimo». Il regime abolisce la dimensione del futuro. Lo sa già; è egli stesso. Anche l'arte si sa già. Farla significa perpetuare la mimesi di un modello: abolire la discrezionalita per riprodurre una norma. Come si può intuire, il Potere non può impartire che comandi paradossali proprio perché la prescrizione di un modello, il «Si fa così», va proprio contro a ciò per cui