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Mi sono chiesto come mi sarei comportato io, nel caso avessi dovuto valutare lo scritto di Bruno De Maria, e la sua pubblicabilità sulla rivista
Psicoterapia e scienze umane. Credo che questa immedesimazione mi sia consentita per almeno tre ragioni. Prima: perché sono un lettore. Come tale, il criterio che seguo nello scegliere e nel valutare ciò che leggo è strettamente economico, cioè legato al vantaggio che ne ricavo dal punto di vista del mio lavoro di psicoterapeuta. Mi piacciono gli scritti che mi danno qualcosa, che mi arricchiscono in qualche modo, che aprono una dialettica dentro di me, che mi inducono a confrontare ciò che penso, o ciò che faccio, con cose pensate o fatte da altri. In questo senso, sono per me più stimolanti e fecondi gli scritti di quei colleghi che fanno scaturire le loro riflessioni da esperienze vissute e presentate in prima persona. Seconda: perchè sono un lettore di Psicoterapia e scienze umane fin dalla sua nascita, e la conosco quindi bene. E' una rivista che mi piace e che apprezzo, e ne condivido in massima parte l'impostazione e le posizioni. Terza: come responsabile a mia volta di una rivista, capisco e condivido le preoccupazioni relative a problemi di equilibrio e di coerenza editoriale.
Mi sembra doveroso che un gruppo redazionale che aspira a proporre una certa linea, un certo taglio, una certa politica culturale e professionale, valuti i contributi da pubblicare non solo per la loro qualità, ma anche in base alla loro conformità rispetto a questi parametri. Fu proprio su questo punto che s'interruppe la collaborazione di Giampaolo Lai a Il ruolo terapeutico. Purtroppo Giampaolo interpretò come una censura nei suoi confronti, il fatto che non volemmo pubblicare una sua valutazione negativa di un autore, Cremerius, che la rivista invece proponeva ai lettori in termini molto positivi. In quell'occasione, a Giampaolo sfuggì (o, forse, al contrario, fu molto chiaro) che l'essere titolare di una ru