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Tutti gli analisti nel loro lavoro quotidiano devono misurarsi con le difese dei pazienti. Ve ne può essere uno che non ricorda nulla di quanto gli è avvenuto prima dei sei anni di età, un'altro che rifugge dal pensare ai rapporti interpersonali e dal provare i sentimenti che ne derivano, dedicandosi freneticamente al lavoro o ad una certa causa politica o sociale, un altro ancora che maltratta e tiene lontano chiunque si provi ad essere gentile con lui, un quarto che prende a idealizzare una persona, rendendone un'altra capro espiatorio: gli esempi sarebbero innumerevoli.
Mentre la pratica clinica mi ha portato ad occuparmi dell'intera gamma delle difese, come ricercatore ho diretto la mia attenzione sul comportamento tenuto verso la madre da un bambino piccolo che ritorni a casa dopo essere rimasto per un certo periodo di tempo in ospedale, oppure ospite di un asilo residenziale, ove non abbia ricevuto visite. Avviene spesso che, in tale frangente, il bambino prenda a trattare la madre quasi come una sconosciuta, mentre in seguito, a distanza di alcune ore o di qualche giorno, potrà assumere verso di lei un comportamento appiccicoso, timoroso di poterla nuovamente perdere e rabbioso al pensiero che ciò possa realmente avvenire. Per qualche motivo insomma, tutti i sentimenti ed i comportamenti verso la madre che noi ci aspetteremmo di riscontrare, come ad esempio non allontanarsi troppo e soprattutto rivolgersi a lei qualora si spaventi o si faccia del male, brillano per la loro assenza, per ricomparire invece dopo un certo tempo. James Robertson e io abbiamo denominato tale stato distacco (Bowlby, 1960) e abbiamo ritenuto che fosse il risultato di