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Il libro di B. Bettelheim Freud e l'anima dell'uomo si fa portavoce dei malumori covati da anni negli ambienti psicoanalitici (e non) nei confronti delle arbitrarie traduzioni in inglese dell'opera di Freud. Sotto accusa è la Standard Edition, curata da Strachey e uscita a Londra tra il 1935 e il 1974. La polemica non si limita a segnalare guasti e distorsioni, di cui ogni traduzione è inevitabile portatrice, ma si pone come stimolo all'esercizio di una continua attenzione critica, oltre che filologica, riguardo a concetti analitici di cui, secondo B., sono stati smarriti il senso dinamico e il valore metaforico originario. In un susseguirsi incalzante di riflessioni meditate quanto accorate, B. appunta i propri strali contro i costumi ideologici — in questo caso anglosassoni — che stanno dietro al fenomeno di traduzioni brutte e tendenziose, il cui successo riposa sulla pigrizia intellettuale del pubblico e sull'omertà degli addetti ai lavori. La stessa passione di B. si trasmette al lettore, attraverso le poco più di cento pagine, che hanno il pregio di farsi leggere d'un fiato, anche per quel tanto a cavallo tra aneddoto e pettegolezzo misurato che rende l'insieme facile e gradevole. Va da sé che un simile prodotto deve nascondere, seppur con garbo ed eleganza, le proprie insidie. Intanto è più che logico che ne escano un Freud e una psicoanalisi «interpretati», come a maggior ragione accade quando ci si schiera con veemenza per o contro qualcosa. Il dubbio che tuttavia si insinua a mano a mano che si procede nella lettura — e a condizione di liberarsi dall'innegabile potere convincente di B. — è che, malgrado tutto, la sua sia un'operazione di retroguardia culturale. Andiamo per ordine.
L'edizione italiana di Freud and Man's Soul compare a solo un anno di distanza dalla sua prima pubblicazione in Usa nell'82. La tempestività della traduzione contrasta con la lunga gestazione occorsa a B. per decidersi a mettere da parte le molte esitazioni e a buttarlo