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Il libro riunisce lavori diversi pubblicati negli Stati Uniti tra il 1979 e il 1982, integrandoli con alcuni saggi inediti. Elemento unificatore delle varie parti dell'opera è la convinzione che, per arrivare a una corretta definizione dell'atteggiamento analitico, sia necessario un riallineamento dell'apparato concettuale freudiano alle esigenze poste dalla realtà della prassi analitica.
La critica di Schafer è rivolta principalmente al linguaggio proprio del modello esplicativo metapsicologico. In questo ambito, la realtà psichica emerge come risultante di forze contrapposte o di strutture interagenti. Di fatto, l'adozione di un tale punto di vista si oppone a una visione unitaria della persona in quanto agente, permettendo all'analizzando di mantenere e confermare a scopo difensivo la sensazione di essere preda di entità mentali o impulsi autonomi. All'interno del lavoro analitico, analista e analizzando si trovano così a trattare gli affetti come entità indipendenti dalle azioni e dalle situazioni, sperimentando un vissuto di testimoni passivi degli eventi. Schafer contrappone al linguaggio positivista della metapsicologia il linguaggio della azione, operando una ridefinizione epistemologica della psicoanalisi in quanto disciplina interpretativa, svincolata dal modello delle scienze naturali. Il concetto di azione sviluppato dall'autore permette di salvaguardare l'unitarietà della persona e la sua attiva, anche se contraddittoria, partecipazione agli eventi. Qualsiasi tipo di attività umana, comprese le fantasie e le emozioni, può essere considerata azione, così come il significato attribuito soggettivamente agli eventi. Il fatto che una azione possa essere descritta allo stesso tempo in maniere diverse e contraddittorie porta a considerare qualsiasi interpretazione come una semplice possibilità descrittiva suscettibile di definizioni e organizzazioni ulteriori. Non è più possibile, quindi, adottare il determinismo rigoroso della metapsicologia, e non è necessari