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Con il declino delle teorie generali che si proponevano di darci del mondo umano e della realtà sociale un quadro sistematico in cui nei confronti della dinamica doveva risultare prevalente una visione statica dei rapporti sociali tendente all'invarianza, nella presunzione di poter pervenire alla scoperta di leggi necessarie in grado di far luce per intero e per sempre sull'uomo, inteso come ente naturale, come oggetto dato una volta per tutte e immodificabile, ha preso l'avvio una riflessione che, investendo alle radici le scienze sociali e, più ampiamente, le scienze che studiano, sotto questo o quell'altro aspetto, l'uomo, ha portato a riconsiderare i problemi riguardanti la genesi di tali scienze stesse. Questo ha indotto a risalire ben indietro nel tempo nello sforzo di riesaminare i fondamenti stessi della civiltà in cui viviamo e le lontane origini di quella che di recente è stata in modo piuttosto pomposo chiamata la « crisi dell'uomo ».
Era inevitabile che, sulla spinta di un siffatto assillo, ci si imbattesse nella tematica della modernità e, di conseguenza, riconoscendo la necessità di confrontarsi a fondo con Max Weber, ci si disponesse ad affrontare la problematica sorgente delle sue opere. Da ciò la particolare attenzione per i concetti di razionalizzazione, intellettualizzazione e disincantamento del mondo, che, esplicitati in Wissenschaft als Beruf (La scienza come professione), svolgono un ruolo rilevante anche all'interno delle analisi cui Weber stesso sottopone le immagini del mondo che si sono avvicendate nel corso della storia e le trasformazioni da esse operate attraverso l'arco intero della nostra civiltà, nella Religionssoziologie (Sociologia della religione).
Nella messa a punto di Weber la progressiva intellettualizzazione e razionalizzazione non può venir considerata come una conoscenza generale, in continuo progresso, delle condizioni di vita in cui siamo immersi. Essa significa qualcosa di diverso e di ben più rilevante,