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Fare una breve riflessione sullo stato della sociologia in occasione dei vent'anni di Psicoterapia e scienze umane, significa, per me, non tanto discutere gli sviluppi accademici e professionali della disciplina, quanto riflettere sull'intreccio che in quest'arco di tempo si è venuto determinando nel nostro paese fra scienze sociali e cultura. Recensendo il primo numero della rivista per un settimanale di politica e cultura, io sostenni infatti, a quella data, l'importanza di iniziative editoriali di quel tipo. Questo consenso era motivato dalla convinzione che in un paese quale l'Italia, che in quegli anni stava subendo profonde trasformazioni dei modi di vita lasciandosi alle spalle la devastazione psicologica e culturale della dittatura, fosse importantissimo lo sviluppo di un dibattito culturale e politico, capace di porre al centro dei propri interessi l'individuo e la persona, in termini antropologici, scientifici e pragmatici, non idealistici o provinciali.
La base di partenza pragmatica, che caratterizza scienze sociali quali la sociologia e la psicologia e in particolar modo la psicoterapia (volta non solo al recupero di individui e organi malati, ma a disegnare un discorso preventivo che, inglobando la psiche, coinvolge implicitamente la riforma sanitaria oltre che il modo di guardare all'uomo), mi pareva a questo proposito un antidoto salutare contro alcuni limiti della nostra cultura nazionale. Quest'ultima mi si configurava, per un verso, ricca di grandi tradizioni (e analisi) storiche e ideologiche. Per l'altro avvezza, attraverso l'enfasi ideologica (e l'appello morale o umanitario formali), a gettare grandi cortine fumogene sulla sostanziale incapacità delle sue classi dirigenti di darsi strumenti culturali e organizzativi adeguati ai processi di ristrutturazione economica ed ai progetti politici e sociali in atto o conclamati. Avanzando simili argomentazioni, non mi ponevo quindi contro la tradizione: semmai proponevo un