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Ci voleva un po' di masochismo per intraprendere gli studi di psicologia, in Italia, negli anni cinquanta. È vero che nelle grandi città, in cui il boom della ricostruzione andava rapidamente trasformando la vita quotidiana e la fisionomia dei fatti culturali di conseguenza, già c'erano, e abbastanza diffuse, attività di psicologia applicata, nei settori soprattutto dell'organizzazione del lavoro e della pubblicità; è vero che i lettori di Selezione scoprivano il nome e alcuni contenuti di questa strana scienza americana, facendosene un'idea oscillante tra la psicoanalisi, i sondaggi d'opinione pubblica e le meno comprensibili applicazioni della statistica; ed è infine vero che nelle università c'erano cattedre importanti e prestigiose, come quelle di Milano occupate da padre Gemelli e da Musatti, quelle di Padova e Trieste avviate su una buona strada per opera di Metelli e Kanizsa, allievi di Musatti, quella di Firenze dalla quale Marzi dirigeva una Collezione psicologica popolata da svariatissime opere di psicologia scientifica e no. Quei libri, con la copertina incorniciata di giallo, apparivano sempre più frequenti nelle vetrine dei librai, ed erano (ma allora non potevamo immaginarlo) i primi ciottoli di una frana che ben presto avrebbe intasato librerie pubbliche e private.
La psicologia veniva insegnata negli istituti magistrali, accanto alla filosofia e alla pedagogia — cioè alle rispettive storie di queste due discipline. Il manuale più diffuso era l'Appicciafuoco, scritto da uno psicologo su cui nessuno sa qualcosa di preciso. Chi voleva leggere un manuale serio che illustrasse i problemi e i metodi della materia poteva ricorrere al testo di Guillaume o a quello di Gemelli-Zunini, pubblicati rispettivamente dalla Editrice Universitaria di Firenze e nelle edizioni « Vita e pensiero » della Cattolica di Milano. Ma pochi in realtà lo facevano. I professori delle magistrali preferivano mettere la loro filosofia (o la loro pedagogia) nell'ora settimanale previst