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È opinione diffusa che i mutamenti che si sono prodotti sul piano economico, sociale e politico negli ultimi dieci anni nei paesi dell'Occidente industriale avanzato abbiano recato con sé qualcosa di molto simile ad una vera e propria « rivoluzione culturale », di segno opposto, ovviamente, rispetto a quella di stampo maoista, osannata nel decennio precedente e successivamente denunciata come un mito pericoloso, un nodo di illusioni, fomentando le quali si rischiava di provocare sconvolgimenti caotici destinati a trovare il proprio esito in un ordine chiuso di tipo totalitario. Nel declino di tale mito molti ravvisano l'originarsi di un moto reattivo che avrebbe dato luogo ad un « rovesciamento », accompagnato da un salutare disincanto in grado di sfatare una volta per tutte credenze infondate che si sarebbero alimentate addirittura per secoli, sviluppandosi su se stessè, dando vita ad un vero e proprio incantesimo dal quale appena ora, finalmente, ci si starebbe liberando. Si sarebbe prodotto così un brusco trapasso da un estremo all'altro. Dalla più ingenua coltivazione di miti salvifici si sarebbe passati, una volta superato lo stordimento seguito a una solenne sbronza, al più lucido dei disincanti, ad una sobrietà potenziata da uno spietato processo disillusionistico. Non si tratterebbe di un'oscillazione tra gli opposti perché il movimento dall'illusione al disincanto sarebbe senza ritorno, implicando il conseguimento di un'amara ma benefica saggezza le cui acquisizioni risulterebbero irreversibili. I mutamenti dell'ultimo decennio non interesserebbero solo l'ambito del costume, ma il modo stesso di pensare, la produzione delle idee e la capacità di queste di operare all'interno dei meccanismi socio-economici fondamentali. Essi sarebbero addirittura da celebrare come vere e proprie, decisive svolte di carattere epocale che segnerebbero la fine non solo di un intero ciclo storico, nel consumarsi di concezioni plurisecolari che sembravano non disgiungibili dalle